Concept
In questo trend si respira un’aria di nuova normalità: riemerge il bisogno di raccontarsi, esibirsi, atteggiarsi e recitare la propria ap-partenenza al gruppo degli happy few, come un tempo.
Si fa strada il desiderio di rinverdire il futuro di una volta, consumistico e autogratificante e di fuggire le sfide imposte dalla transizione green e dalla digitalizzazione, forse perché quasi non si vede ancora, se non in forma di rassicurante fantascienza.
Sono evidenti i rimandi all’estetica pop degli anni ’60 e alle ridondanze decorative del neobarocco degli anni ’80. Non a caso anni di boom economico. Si vedono tornare i rituali, i legami fittizi ma confortanti e anzi rafforzati, che riportano alle cose com’erano prima (della pandemia).
Gli abiti ritrovano un ruolo fondamentale proprio come segno di appartenenza e unione di un gruppo e lo definiscono: l’abito prevale sul corpo e rivela il gruppo e i suoi valori. Le immagini parlano di una identità idealizzata e gestita per meravigliare il prossimo. Si sceglie di vivere sul palcoscenico, quasi per ripararsi da amari retroscena.
È un teatro della vita come costante messa in scena. È la società dello spettacolo, realizzata come nuova normalità e può essere anche divertente e leggera, se ci si lascia trasportare senza porsi troppi interrogativi. Il primo driver delle “fashion victims” di un tempo, il desiderio di essere ammirati e invidiati, ritrova qui la sua massima espressione.
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