Concept
Il valore delle relazioni umane, che troviamo nei social, in politica, nei contesti sociali
Il periodo pandemico ha instillato in molti un pensiero depotenziante: che senso ha tutto quello che sto facendo? Quali sono le mie necessità fondamentali? Qual è il mio minimo vitale? E di conseguenza, cosa è superfluo e trascurabile?
Negli ultimi anni le disparità economiche e sociali sono aumentate ovunque, però non si trovano voci, nel sistema della comunicazione internazionale, che considerino la possibilità di un’inversione di tendenza. Al contrario, questo trend sembra ineluttabile e destinato a consolidarsi: nel 2021 l’1% della popolazione mondiale possedeva circa il 50% della ricchezza complessiva del pianeta (Global Wealth Report 2022 – Credit Suisse).
Guardando all’Italia, troviamo che circa il 25% della po-polazione è a rischio povertà (Rapporto Istat 2023). Ecco che interrogarsi su quale sia il minimo vitale per un individuo, una famiglia e una comunità è un comportamento di buon senso e porta gli individui a riconfigurare la propria gerarchia delle necessità fondamentali e a ridisegnare la propria visione del mondo. Tutto ciò ha un impatto formidabile sulle motivazioni di consumo e, a cascata, sulle imprese e sui mercati.
Dana Simmons, nel suo geniale saggio “Vital Minimum: Need, Science, and Politics in Modern France” (2015), intravede in questo una forma matura dell’economia occidentale, che definisce “capitalismo del benessere”, in cui i bisogni alla base dell’esistenza di un individuo non sono più quelli fisiologici o di sicurezza, ampiamente soddisfatti, bensì quelli delle emozioni, della conoscenza, dell’esperienza, dell’empatia. E, a salire, fino a trovare ai vertici il bisogno di identificarsi con la totalità del genere umano.
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